Michela AlgeriVIEW PROFILE →
Basta bruciare l'invenduto: le nuove regole europee che stanno cambiando il lusso italiano
Dal 19 luglio 2026 le grandi aziende della moda non possono più distruggere capi e accessori invenduti, mentre arriva il passaporto digitale del prodotto: per il lusso italiano la sostenibilità diventa un obbligo, non più marketing.
La svolta più importante per la moda del 2026 non arriva dalle passerelle, ma da Bruxelles. Dal 19 luglio 2026 le grandi aziende del settore non possono più distruggere i capi, le calzature e gli accessori rimasti invenduti. Una pratica finora comune e silenziosa diventa vietata, e per un lusso costruito anche sull'idea di esclusività e scarsità si tratta di un cambiamento tutt'altro che marginale.
Che cosa cambia con il divieto
La norma fa parte del regolamento europeo sull'ecodesign, l'ESPR, e per ora riguarda le grandi imprese, quelle con più di 250 dipendenti e fatturati sopra determinate soglie. Le aziende di medie dimensioni avranno tempo fino al 2030, mentre le piccole e le micro restano escluse. Da febbraio 2027, inoltre, scatteranno gli obblighi di rendicontazione, che imporranno di dichiarare quanto invenduto viene prodotto e come viene gestito.
Il regolamento definisce con precisione che cosa significa distruggere: danneggiare o smaltire deliberatamente un prodotto come rifiuto. Restano invece consentite, anzi incoraggiate, le alternative come il riuso, la rivendita, la donazione e la rigenerazione. In pratica, le maison sono spinte a trovare una seconda vita per ciò che non riescono a vendere, invece di mandarlo al macero per proteggere l'immagine del marchio.
Il passaporto digitale del prodotto
Alla stretta sull'invenduto si affianca un secondo strumento destinato a pesare ancora di più: il passaporto digitale del prodotto. La Commissione europea ha già avviato il registro e l'ambiente di test, mentre le regole specifiche per il tessile sono attese nel 2027. L'idea è dare a ogni capo una sorta di carta d'identità digitale, con l'origine dei materiali, le istruzioni per la riparazione, la riciclabilità e l'impronta ambientale, tracciabili lungo tutta la filiera.
Per il sistema moda italiano l'impatto è concreto. La sostenibilità certificata smette di essere un semplice elemento di marketing e diventa un requisito: i marchi senza una storia credibile su filiera e materiali rischiano di perdere i grandi buyer istituzionali, ormai vincolati a criteri ambientali negli acquisti. Il tutto mentre il celebre saper fare italiano è già sotto esame per le condizioni di lavoro lungo le catene di subfornitura.
La sfida arriva in piena stagione delle sfilate
Il calendario rende tutto più evidente. Proprio mentre entrano in vigore le nuove regole, Milano si prepara alla settimana della moda dal 16 al 22 settembre 2026, dedicata alle collezioni donna della primavera-estate 2027, con circa sessanta sfilate e l'apertura affidata a Prada. Le grandi case, da Gucci a Versace fino a Bottega Veneta e Fendi, dovranno far convivere la creatività delle passerelle con obblighi normativi sempre più stringenti.
Alla fine la partita si giocherà sulla differenza tra chi subisce le regole e chi le trasforma in opportunità. Le aziende capaci di costruire davvero un modello circolare, fatto di riparazione, rivendita e riuso, potranno fare della sostenibilità un vantaggio competitivo. Per le altre, il rischio è di limitarsi a rispettare la legge sulla carta, in un mercato del lusso che chiede sempre più trasparenza e sempre meno sprechi.






